Prima del convegno: incontro con Dario Barà, ideatore della manifestazione

Dario, ci spieghi il perché proprio ad Urbino di un convegno sul rapporto fra giornalismo e criminalità?

“Credo che Urbino rappresenti un centro culturale in fermento con forti riferimenti all’attualità e la questione dei giornalisti minacciati, sotto diverse forme e per motivazioni differenti, sia una questione di urgente attualità. Urbino, vista anche la presenza di una scuola di giornalismo, è la sede ideale per un convegno su questo importante tema. Basta leggere il rapporto sui giornalisti minacciati di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Federazione nazionale della Stampa e dell’Ordine dei giornalisti, per comprendere quanto sia urgente parlare di questo argomento: 400 giornalisti minacciati tra il 2009 e i primi mesi del 2010. L’idea è nata come continuazione della mia tesi di laurea su Walter Tobagi e Mario Francese, che mi ha permesso di conoscere figure importanti del giornalismo italiano, a volte dimenticate o poco considerate, attraverso i loro scritti e le testimonianze dirette di parenti e colleghi.

Spesso nel nostro Paese si parla di giornalismo per criticare comportamenti sbagliati, denunciare le influenze indebite della politica e di altri interessi come quello economico. Ma questo mestiere è sicuramente anche altro. É questo in parte il senso di ciò che avverrà ad Urbino?

“Sì certo. Ho l’impressione, a volte giustamente, che gli italiani non si fidino più dei giornalisti e soprattutto dei telegiornali, perché è da lì che si informano principalmente e il calo di ascolti per alcuni di questi ne è un segnale. Cittadini probabilmente consapevoli che c’è un limite a tutto. Le testimonianze che sentiremo dai giornalisti che interverranno a Urbino e le storie dei professionisti uccisi che ricorderemo in quell’occasione, ci faranno capire come non occorre essere degli eroi per poter svolgere bene la propria professione. Il giornalista deve cercare e raccontare i fatti e per far questo scava, indaga, senza timore reverenziale verso nessuno. Purtroppo capita che per qualcuno rappresenti un ficcanaso da fermare, da punire. Con le minacce spesso e a volte anche con la morte. Credo sia importante venire a conoscenza dei tanti casi di minacce subite da bravi giornalisti perché è importante il sostegno, la vicinanza. Uno dei problemi principali in queste storie è l’isolamento. Una maggiore consapevolezza può rendere il giornalismo, quello vero, più forte e quindi più efficace”.

Tu hai incontrato i familiari di alcuni giornalisti morti a causa del loro lavoro: che sensazioni hai avuto e quanto è stato importante questo per il tuo lavoro?

“Sì ho avuto l’onore di conoscere Benedetta Tobagi e Giulio Francese. Due persone molto disponibili che portano dentro la perdita del proprio padre in due contesti certamente diversi, ma per la stessa motivazione: facevano bene il proprio lavoro. Entrambi gli incontri mi hanno permesso di conoscere e approfondire la parte umana di queste figure di professionisti seri che hanno continuato a fare il proprio mestiere anche quando consapevoli del pericolo, non per mania di protagonismo ma per la “semplice” ricerca della verità. Incontri che mi hanno segnato e che mi hanno permesso di conoscere l’uomo attraverso i sentimenti dei familiari oltre che il professionista attraverso i loro scritti”.

Fra gli ospiti del convegno ci sono giornalisti di lungo corso, come Franco Abruzzo, Luciano Mirone…

“Luciano Mirone ha il merito di aver raccontato le storie di giornalisti uccisi dalla mafia, in un unico libro, Gli insabbiati, che raccoglie tutte le storie di professionisti uccisi in Sicilia e che tiene viva la memoria di alcune figure altrimenti dimenticate come quella di Cosimo Cristina, giovane cronista di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Poi c’è Alberto Spampinato che fa un grande lavoro con l’osservatorio Ossigeno per l’Informazione, un osservatorio importante per la libertà professionale del giornalista. Spampinato e i suoi collaboratori, tra i quali anche Roberta Mani e Roberto Rossi, innanzitutto raccoglie le esperienze, analizza le situazioni critiche e tiene acceso il riflettore sugli episodi di minacce subite dai giornalisti nello svolgimento del proprio lavoro. Fatto importantissimo. Tra gli ospiti poi Pino Maniàci, che ha subìto recentemente nuove intimidazioni, Riccardo Orioles, Arnaldo Capezzuto e tanti altri”.

E dopo il convegno? Cosa rimarrà? Cosa speri di far accadere?

“Non credo il convegno sia un punto di arrivo e non pretendo possa cambiare le cose, spero solo che possa essere un altro strappo, seppur piccolo, del silenzio che si aggira intorno a casi di giornalisti minacciati, al pericolo della minaccia e alle sue conseguenze sulla persona e sul professionista. Un’informazione libera non fa altro che aiutare i cittadini a prendere consapevolezza della realtà delle cose”.

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